Ultima modifica: 13 febbraio 2017
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Gli Ebrei a Forlì, tra integrazione e Shoah

Francesco Gioiello è un giovane storico forlivese.

Dopo aver frequentato il Liceo linguistico, si iscrive a Lettere moderne e prosegue gli studi universitari conseguendo la Laurea specialistica in Scienze storiche.

Il suo campo d'azione è la ricerca storica, soprattutto quella relativa al Novecento.

Le sue ricerche lo hanno portato a prendere parte a varie iniziative culturali, come il contributo dato  alla stesura del volume "Primo Novecento e Grande Guerra, il laboratorio forlivese", curato dal famoso storico Giovanni Tassani, già assessore alla Cultura del Comune di Forlì, e la collaborazione col settimanale Il Momento.

Gioiello è inoltre autore di un'opera di recente pubblicazione: La Forlì ebraica. Una storia tra integrazione e Shoah, Edizioni Risguardi.

Proprio in quanto autore di ricerche sulla comunità ebraica forlivese, è stato invitato al Matteucci dalle professoresse Cinzia Gurioli e Marina Padovani, nell'ambito delle iniziative culturali organizzate per la celebrazione della Giornata della Memoria.

Il giovane storico, sabato 11 febbraio, ha tenuto la sua lezione davanti agli alunni delle classi 3^ A e  3^ B SIA e 2^ C AFM.

La sua analisi è stata molto interessante, perché ha svelato fatti e vicende spesso sconosciuti grande pubblico, alcuni addirittura inediti e divulgati grazie alla sua ricerca.

Gli alunni hanno potuto apprendere che il primo insediamento ebraico in città risale al 1200, che l'integrazione con i forlivesi fu pacifica fino alla prima metà del Cinquecento, allorquando la bolla del papa Paolo IV dispose la soppressione di molte libertà in danno alle comunità ebraiche presenti nello Stato pontificio, oltre a sancire la costruzione di appositi ghetti, in cui confinare gli Ebrei.

Gioiello ha ricostruito con precisione i luoghi forlivesi di insediamento della comunità (l'antica giudecca si trovava nei pressi della Chiesa di Sant'Antonio Vecchio e la Sinagoga era ospitata in una privata abitazione in borgo Ravaldino) e ha accennato ai mestieri e alle professioni praticate dai suoi membri.

Dopo l'espulsione della comunità, gli Ebrei ritornarono a Forlì nei primi del Novecento, per riprendere una pacifica e proficua convivenza con la comunità forlivese, drammaticamente interrotta con l'emanazione delle leggi razziali del '38, ad opera del regime fascista.

Nel ripercorrere le vicende di quel periodo buio, che va dal 1938 al 1945, Gioiello ha raccontato di episodi e di protagonisti della "microstoria" che hanno contribuito a comprendere le dinamiche della grande storia nazionale: dalla pubblicazione della notizia del matrimonio della signorina Ines Del Vecchio, appartenente ad una importante famiglia ebraica, con l' elencazione dei regali inseriti nella lista delle nozze; al coraggio di Don Montuschi, parroco di Marradi, che falsificava i certificati di battesimo per consentire ai bambini delle famiglie ebree il proseguimento degli studi nelle scuole pubbliche, e poi salvarli dai rastrellamenti verso i campi di concentramento; alle vicende della famiglia Matatia, i cui componenti furono portati ad Auschiwtz e della quale un esponente, un medico, prestò aiuto a D'Annunzio e ai suoi legionari nell'impresa di Fiume; all'esistenza di un vero e proprio campo di concentramento a Forlì, del quale una lapide in Corso Diaz ne ricorda l'esistenza.

Il momento più intenso è stato quello in cui lo storico ha ricordato i quattro eccidi, commessi nei pressi dell'aeroporto di Forlì, in cui trovarono la morte, tra gli altri, 19 ebrei. Tra questi Carlo Morpurgo, del quale è stata ricordata la toccante lettera con cui Morpurgo, rinchiuso nel carcere di Pesaro, chiedeva angosciato ai parenti di ricevere loro notizie, ignorando che gli stessi erano stati a loro volta imprigionati.

La riflessione finale è stata condotta sulle motivazioni che per tanto tempo hanno gettato un velo di silenzio su queste vicende.

Le stesse autorità di governo hanno dichiarato, nei loro rapporti ufficiali, che non ci furono campi di concentramento a Forlì e che gli Ebrei perseguitati in città furono in numero ridotto, rispetto alla realtà dei fatti.

Fatti, dunque, che sono venuti alla luce molto anni dopo, nel 1994, con la scoperta dell'"Armadio della Vergogna".

Grazie alle inchieste del Procuratore militare Infelisano, venne rinvenuto, nei sotterranei di Palazzo Cesi-Gaddi, a Roma, sede di organi giudiziari militari, un armadio in cui erano custoditi archivi e registri che riportavano oltre 2000 notizie di reato, tutte relative a crimini di guerra commessi sul suolo italiano durante l'occupazione nazifascista.

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