Ultima modifica: 5 marzo 2018
> Senza categoria > CARA BEATRICE, DOVE ERAVAMO RIMASTI?

CARA BEATRICE, DOVE ERAVAMO RIMASTI?

L’anno scorso vi abbiamo narrato di Beatrice Rosetti, ex alunna del Matteucci, e della sua esperienza di studio e volontariato in Brasile.

Ebbene, sabato 3 marzo Beatrice è venuta a trovarci e, mantenendo fede ad una promessa, ha incontrato gli studenti delle classi quarte e quinte, raccontando così in prima persona le vicende che hanno segnalato la sua esperienza.

È magra, Beatrice, con lunghi capelli neri e un sorriso aperto. Gli occhiali riflettono la luce brillante di grandi occhi che sorridono prima ancora delle labbra.

Si presenta, tratteggiandosi con parole semplici e nette: “Mi chiamo Beatrice Rosetti, mi sono diplomata in questa scuola nel 2013, ho frequentato la Facoltà di Scienze internazionali di Forlì, grazie alla quale ho sperimentato lo studio all’estero con ERASMUS e OVERSEAS.

Tutto questo, però, non mi rappresenta fino in fondo, in quanto ciò che mi dà identità, nel senso più vero, è la domanda di giustizia a favore dell’umanità”.

Beatrice racconta che sin dal tempo in cui frequentava Ragioneria si poneva molte domande su se       stessa e su quale strada intraprendere per rispondere al bisogno di completezza e di aiuto verso il prossimo.

Questa sete di giustizia è stata alimentata da incontri importanti, “volti che ho impresso nella mia mente e che hanno parlato al mio cuore” dice Beatrice. Tra questi, l’incontro con la sua Prof di Religione, Daniela Baraghini, purtroppo scomparsa prematuramente, che ha avuto il merito di capirla e di ispirarla nel suo progetto di vita.

Dopo aver superato il test di ingresso alla Bocconi, Beatrice decide inaspettatamente di iscriversi a Forlì, Facoltà di Scienze politiche, e di dedicarsi contemporaneamente all’attività di volontariato presso la Caritas.

Poi, durante gli studi universitari, arriva la grande decisione: spendere un anno della propria vita al servizio dell’umanità più bisognosa e sofferente. Così Beatrice parte per il servizio civile internazionale in Brasile.

Qui opera a San Paolo, in una struttura di suore missionarie impegnate nell’assistenza ai più poveri tra i poveri, cioè gli abitanti delle favelas.

In particolare, Beatrice, svolge la sua attività in un centro di educazione per bambini e adolescenti, nella speranza che la cura, l’istruzione e l’affettività donate a questi piccoli sfortunati possa orientarli verso un destino migliore.

I racconti di Beatrice sono agghiaccianti: le parole con cui descrive la favela Olaria, le condizioni di vita dei suoi abitanti, le vicende personali del ragazzino Juan o di Donna Delina, ci spalancano le porte dell’inferno.

Per noi, abituati alla routine di provincia, pur con le difficoltà imposte dalla recente crisi economica, i fatti narrati sono inimmaginabili: c’è un luogo chiamato crackolandia, dove la droga viene venduta alla luce del sole, con la complicità di poliziotti corrotti, e le persone si “fanno” sotto gli occhi di tutti, lasciandoci spesso la pelle e dunque un tappeto di cadaveri per le sue strade; c’è un uomo che vive in uno stanzino piccolissimo, 2 o 3 metri quadri, senza finestre, adibito a WC; c’è un ragazzino che è stato messo al mondo da una bambina abusata dal padre; c’è la vecchietta che accumula giornali ed immondizia, per cui è impossibile camminare nella sua baracca.

Eppure nella favela, in questo microcosmo di disperazione che esprime ogni forma di violenza alla dignità dell’uomo, Beatrice ha incontrato l’umanità, la solidarietà tra gli umili, la speranza.

Come abbia fatto questa giovane forlivese a lasciare la sua comoda vita e a vivere, per un anno, tra gli ultimi, è la prova della sua grande tensione morale e del suo coraggio.

Coraggio che Beatrice ha voluto infondere, con le sue parole, nei nostri studenti.

Una testimonia importante del bisogno umano di ricercare il senso più profondo della vita.




%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: