Ultima modifica: 23 maggio 2017
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In ricordo di Giovanni Falcone

23 maggio 1992, la strage di Capaci

Quel tardo ed assolato pomeriggio del 23 maggio 1992 guardavo, attraverso il finestrino del pullman, i primi turisti che già anticipavano la stagione estiva nella Riviera romagnola: si trascinavano stancamente per il lungomare; inconfondibili, con il loro abbigliamento da spiaggia e l'espressione segnata dal lungo pomeriggio trascorso in riva al mare.

Gabicce, Cattolica, Misano, Riccione... Stesso panorama e stesse facce cotte dal sole!

Ancora qualche minuto e sarei arrivata a casa, finalmente. E poi, con l'estate ormai alle porte, anch'io avrei goduto delle meritate vacanze!

Questo pensavo, quel sabato di venticinque anni fa, mentre il pullman rosso della Bonelli percorreva l'ultimo tratto della Flaminia e portava me e la mia amica Sonia a Rimini.

Eravamo partite da Roma alle 14, dove avevamo partecipato al concorso per entrare in magistratura.

Dopo le tante tensioni e il viaggio, contavamo di essere a casa per le 19.30.

Ebbene, sì, volevo fare il giudice! Un desiderio che coltivavo da anni e che, come per molti della mia generazione, era espressione di impegno civile e della volontà di combattere le ingiustizie sociali.

In quegli anni, come del resto anche oggi, la mafia era considerata uno dei più gravi mali che affliggevano il Paese. I danni sociali, derivanti dalla capacità criminale delle cosche mafiose infettavano anche il sistema economico e politico.

I mass media, consapevoli di ciò, tenevano alta l'attenzione dell'opinione pubblica con continui reportages e servizi giornalistici.

Credo che anche una fiction televisiva di grande successo, la "Piovra", abbia contribuito a stimolare l'impegno di tanti giovani nella lotta contro questo grave fenomeno criminale.

Per me e per i miei coetanei, aspiranti giudici, Giovanni Falcone era un esempio: il magistrato che aveva scritto la colossale istruttoria del primo maxi-processo contro la mafia; il giudice istruttore che aveva costituito, insieme ai magistrati Borsellino e Caponnetto, il pool giudiziario che aveva dettato nuove modalità investigative; l'autore del famoso teorema della "cupola", il supremo organo mafioso che organizzava le attività criminali per controllare il territorio; colui al quale il primo pentito di mafia, il boss Tommaso Buscetta, aveva rivelato i segreti più nascosti di "cosa nostra"; infine, l'uomo che aveva sacrificato la sua vita personale per vivere nelle caserme, nel tentativo di sfuggire agli attentati.

Quel 23 maggio era iniziato presto: sveglia all'alba e corsa nel traffico di Roma. Era arrivato giorno della terza ed ultima prova, il tema di Diritto amministrativo.

Terminato l'elaborato, mi ero avvicinata al tavolo della commissione. Tra i tanti commissari, aveva preso in consegna il mio tema una signora bionda dal viso severo ma gentile.

Stavo sbrigando le ultime formalità, quando la commissaria mi rivolse un sorriso, dicendomi: "In bocca al lupo!". Ero stanca ed emozionata, riuscii solo a rispondere: "Grazie", mentre il "Crepi il lupo" rimaneva in gola.

All'uscita, un ragazzo, aspirante magistrato come me, mi avvicinò: "Hai capito chi è quella? È il giudice Francesca Morvillo, la moglie di Falcone!"

Avevo ancora in mente il suo sguardo e il suo incoraggiamento quando il pullman arrivò a destinazione. Finalmente a casa!

Il tempo di prendere il bagaglio e di scendere dalla corriera che il compagno di Sonia ci corre incontro con un'espressione allarmata: "Avete saputo cosa è successo?" No, cosa è successo? "Un attentato a Falcone, poco fa! Hanno fatto saltare in aria un pezzo di autostrada a Capaci! Sono morti tutti, il giudice, la moglie, tre agenti della scorta!!"

Vuoto, freddo, paura... Non ricordo nient'altro, tranne queste sensazioni. Mi sembrava di essere precipitata in un incubo da cui prima o poi qualcuno mi avrebbe svegliata...

Invece era tutto maledettamente vero. L'avevano fatto. Dopo tante minacce e qualche attentato andato a vuoto, questa volta la mafia era riuscita a fermare il Giudice.

Quel giudice che l'aveva combattuta più di ogni altro, facendo nascere in tante persone oneste la speranza che questa volta ce l'avremmo fatta, che questa volta la legalità e la Giustizia avrebbero trionfato.

Si seppe poi che Falcone, che in quel periodo lavorava a Roma, aveva rimandato di un giorno la programmata partenza per Palermo. Aveva deciso, infatti, di aspettare la moglie che in quei giorni, si trovava a Roma come membro della commissione giudicatrice del concorso in magistratura.

Lo sdegno che quell'attentato provocò nel Paese fu enorme.

Gli uomini della politica in quei giorni erano impegnati nell'elezione del Presidente della Repubblica. Venne eletto Oscar Luigi Scalfaro, forse un outsider, un uomo al di fuori dei grandi giochi politici.

A distanza di meno di un mese, toccò proprio a Scalfaro rappresentare lo Stato ai funerali di Borsellino, leale amico e collaboratore di Falcone.

La mafia, con la strage di via D'Amelio, aveva colpito ancora e sembrava tenere in scacco il Paese.

Poi, tutto il resto è storia di quei difficili anni novanta: altri attentati mafiosi, Tangentopoli e la crisi della Prima Repubblica.

*****

Nei giorni dedicati alla memoria di Falcone, ho voluto condividere questo piccolo, personale ricordo, nel convincimento che la vicenda umana e professionale del Giudice meriti una riflessione da parte di ciascuno di noi, perché la sua storia è la nostra Storia.

Giovanni Falcone non era un super-eroe; era un Cittadino che credeva nello Stato.

Faceva il magistrato con impegno ed onestà perché questo esige lo Stato per il progresso spirituale e materiale della comunità: ognuno deve portare il suo contributo, ognuno deve esercitare con onestà ed impegno il proprio ruolo.

Insegnanti, studenti, imprenditori, operai, impiegati, professionisti, dirigenti e dipendenti pubblici, agricoltori, commercianti, eletti ed elettori: tutti siamo chiamati a fare la nostra parte.

Impegno gravoso? Non è così difficile se si vuole bene alla Patria.

Sì, è questa la grande rivoluzione: voler bene alla Patria!

Riconoscere alla nostra Nazione il merito di aver reso possibile, pur tra mille difficoltà e nonostante le numerose crisi, la conquista di importanti traguardi: la libertà di esprimere la propria identità in campo politico, religioso, sessuale; la libertà di viaggiare per altri Paesi; un sistema sanitario che garantisce ai nostri connazionali un tasso di longevità tra i più alti; un sistema scolastico pubblico inclusivo; i servizi sociali e previdenziali che aiutano chi rimane indietro; una rete sociale che accoglie chi fugge dalla guerra e dalla dittatura.

Mi si dirà: e come la mettiamo con le prestazioni sanitarie che impongono lunghe liste d'attesa? Con i disservizi della P.A.? Col lavoro che non c'è e i giovani che cercano la propria  realizzazione all'estero? Perché abbiamo una classe politica spesso corrotta e collusa con la criminalità? Perché il sistema fiscale è opprimente?

Sono tanti i difetti di questa nostra cara Italia, ma non dobbiamo dimenticarne i meriti. Perché le   libertà e i diritti che la Patria garantisce non sono scontati.

In questi giorni, anche in un Paese vicino al nostro, in piena crescita economica, molti giornalisti sono incriminati perché scrivono opinioni sgradite al capo del governo; in paesi ricchi, che spesso siedono ai tavoli dei grandi meeting internazionali, non è possibile professare liberamente il credo religioso; in stati che si definiscono super potenze, alcuni cittadini non possono esprimere la propria identità sessuale perché rischiano sanzioni penali.

E che dire delle prestazioni sociali? Anche in Paesi di matura democrazia la sanità non è pubblica, o lo è in minima parte, e la previdenza è a carico dei privati. Nelle rampanti economie del sud-est asiatico, invece, sono i diritti sindacali e dei lavoratori a non ricevere degna tutela.

C'è poi il grande tema della pena di morte, ancora in vigore in troppi, tanti ordinamenti, che l'Italia, invece, ripudia per disposizione costituzionale.

Ricordo il discorso di insediamento alla presidenza USA di John F. Kennedy : "E così, miei concittadini, non chiedete che cosa il vostro Paese può fare per voi; chiedete cosa potete fare voi per il vostro Paese [...]"

Mi piace pensare, in questi giorni in cui si ripercorre la storia umana e professionale di Giovanni Falcone, che il suo insegnamento più grande, al di là del notevole lascito professionale, sia l'amore per la Patria.

Vogliamo dunque bene all'Italia!

Rispettiamo le sue, le nostre leggi. Pratichiamo i suoi e i nostri Valori, quelli proclamati nella Carta costituzionale. Insieme possiamo realizzare una società migliore!

E, soprattutto, non chiudiamo gli occhi davanti ai soprusi; non volgiamo lo sguardo altrove quando i furbi, i disonesti, i criminali attentano alle fondamenta del nostro Patto sociale.

La lezione della Storia è che il Progresso si declina in una dimensione collettiva.

Chi vive all'insegna dell'individualismo e del tornaconto personale perde la grande ed unica occasione di lasciare il mondo migliore.

 

                                                                                                          Giulia Mercadante

1 commento »

  1. Olindo Gaspari ha detto:

    Grazie di questo ricordo personale.

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